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cosa distingue la birra artigianale dalla birra industriale

Cosa distingue la Birra Artigianale dalla Birra industriale

Solo un profano della birra potrebbe osare dire che non esiste alcuna differenza tra la birra industriale e la birra artigianale.

Un vero intenditore, al contrario, sa bene che l’enorme divario che intercorre tra queste due varietà è legato non solo al gusto, ma anche agli odori, ai colori e alla consistenza stessa. Ed è questo il motivo per cui il vero amante della birra non si limita a consumare quella che generalmente si trova sugli scaffali degli ipermercati, ma è alla costante ricerca di prodotti artigianali e zonali da vagliare e testare.

Non è un caso se birrerie e microbirrifici siano oggi così in voga, capaci come sono di offrire al proprio target di riferimento prodotti sempre nuovi e diversi, realizzati solo ed esclusivamente con materie prime provenienti dal territorio di appartenenza. Non resta che capire a questo punto quali differenze ci siano effettivamente tra una birra artigianale ed una che è invece frutto di un procedimento industriale e standardizzato.

La Birra Artigianale e la Birra Industriale

Per iniziare è giusto sottolineare che, secondo la definizione fornita qualche tempo fa dai vertici di Unionbirrai, la birra artigianale differisce da quella industriale perché è cruda. Per cruda s’intende, in questo caso, che la birra prodotta dalle realtà del territorio è integra e priva di conservanti, ragion per cui destinata ad alterarsi più velocemente di quella industriale.

La Birra Artigianale

Dietro un prodotto artigianale di questo genere ci sono emozioni e sentimenti che una birra realizzata in serie non conosce, processi dinamici e creativi che incarnano spesso un valore aggiunto capace di per sé di fare la differenza e di stupire chi si appresta a sorseggiare.

Volendocisi addentrare nell’ostico campo delle caratteristiche per così dire tecniche, la birra artigianale non è filtrata e neanche pastorizzata come, invece, quella industriale.

I produttori impiegano solo ed esclusivamente prodotti di elevata qualità che possano giustificarne il prezzo, comprensibilmente più elevato, e conferire alla birra un gusto molto più intendo e caratteristico.

Gli aromi sono sorprendentemente intensi: i profumi degli ingredienti utilizzati si fondono l’un l’altro dando vita a fragranze sempre nuove ed avvolgenti che difficilmente, inutile negarlo, è possibile ritrovare nella classica birra da supermercato. Sono i profumi della terra, di Madre Natura.

Qualcosa che neanche il più sofisticato dei macchinari industriali potrebbe essere in grado di riprodurre. Questo non significa tuttavia che la birra industriale non sia un prodotto da prendere in considerazione, anzi.

La Birra Industriale

Di diverso, al di là delle emozioni che un prodotto artigianale è comprensibilmente in grado di trasmettere a chi lo degusta, c’è che quella prodotta su scala industriale è sempre e comunque pastorizzata e filtrata.

Un processo, questo, che si rende necessario per garantire che la birra si conservi il più a lungo possibile e che il tempo non ne vari le caratteristiche. Il processo di trasformazione degli zuccheri in alto deve perciò essere fermato, compromettendo in questo modo molte delle peculiarità della birra stessa: la pastorizzazione altera i profumi e gli aromi del prodotto finale, che già ad una prima analisi risulta meno profondo di uno realizzato artigianalmente.

Le differenze tra birre artigianale e birra industriale

Le birre industriali sono dunque pressoché identiche l’una all’altra, frutto di procedimenti standardizzati che hanno il solo scopo di soddisfare le aspettative minime del consumatore profano e di raccogliere il consenso del maggior numero possibile di utenti. Come se fosse un prodotto surgelato per intenderci: saporito, in qualche modo gustoso, ma neanche lontanamente paragonabile a quello preparato in casa dalle nonne e dalle mamme.

C’è un’altra differenza sostanziale tra le birre artigianali e quelle industriali sulla quale vale la pena soffermarsi: queste ultime contengono conservanti, additivi chimici e surrogati del malto d’orzo, come ad esempio il mais ed il riso, sostanze che vengono sfruttate per abbattere i costi di produzione e per poter vendere la birra ad un prezzo popolare che possa fare gola al consumatore medio. Ingredienti che, purtroppo, compromettono in maniera determinante l’esperienza gustativa, spesso sciupando un prodotto che avrebbe potuto essere quanto meno accettabile.

Conclusioni

L’utilizzo massivo di succedanei è una scelta logica, anch’essa dettata dall’esigenza di aumentare le rese e di massimizzare i processi di produzione. Sul piano squisitamente “morale”, invece, la differenza tra birra artigianale e birra prodotta in serie sta tutta nella ricerca.

Se la prima è frutto di una sperimentazione continua, legata al desiderio da parte di chi produce di rinnovare di continuo i propri prodotti per stupire il target di riferimento e far sì che il proprio brand abbia un’identità ben precisa, quella industriale è il risultato di un procedimento che non cambia mai. La diversificazione del prodotto non esiste, non è contemplata, ragion per cui i macchinari lavorano sempre allo stesso modo e seguendo un ritmo costante.

Ogni bottiglia è uguale a quella precedente ma anche a quella che verrà, perché in una produzione così rigida e serrata non c’è spazio per le interpretazioni e per i colpi di scena. Ne consegue che la birra realizzata da un artigiano esperto, che per cimentarsi in quest’avventura si è documentato e ha studiato sodo, non sia mai e poi mai un prodotto scontato, anzi.

Sebbene un’azienda possa utilizzare sempre le materie prime di quello specifico territorio, è assai possibile che la birra cambi notevolmente di anno in anno. E non solo nel sapore, ma anche nei colori e negli aromi che è in grado di sprigionare ogni qualvolta si ha la fortuna di stappare una nuova bottiglie.

Artigianalità è garanzia di sorprese continue, di gusti esplosivi ed inaspettati che sorprendono ed avvolgono. Una creatività, questa, che per ovvie ragioni non appartiene alla birra industriale, che è frutto di un procedimento omologato in cui non c’è spazio per la fantasia e per l’estro che contraddistinguono un mastro birraio che sia degno di questo nome. Un prodotto generalmente accettabile ma che non stupisce, una degustazione fine a se stessa che soddisfa ma non come una birra artigianale sarebbe in grado di fare. Sì, perché una birra fatta con le mani anziché con i macchinari di una fredda fabbrica è in grado di trasformare il momento della bevuta in un’esperienza assolutamente unica nel suo genere, in un viaggio alla scoperta di sapori e di aromi che non ci si aspetta e che si fondono l’un l’altro creando mix esplosivi.

Una birra che non è solo un capriccio, ma un desiderio profondo che solo la certezza di gustare un prodotto qualitativamente eccellente e ragionato sotto il profilo della produzione è in grado di appagare. Emozioni e sensazioni che i birrifici industriali non potranno mai e poi mai essere capaci di assicurare al consumatore medio.

trasformare la passione dell'homebrewing in professione

Trasformare la passione dell’Homebrewing in Professione

L’elaborazione della birra in casa è una pratica abituale di lunga tradizione in Paesi come la Germania, il Belgio, il Regno Unito e Gli Stati Uniti, in Italia è un fenomeno recente e nuovo che sta interessando soprattutto i giovani che esplorano questo settore, partendo da una personale passione, per individuare nell’Homebrewing, un possibile modello di business.

Cosa si intende per Homebrewing?

Homebrewing significa in inglese: fare la birra in casa. Una pratica che si sviluppò in maniera diffusa nei Paesi con una cultura della birra molto forte già negli anni sessanta, iniziato per aggirare le imposizioni fiscali che venivano applicati all’acquisto e consumo di alcol; oggi è esploso come fenomeno globale attorno al quale stanno crescendo gli interessi degli appassionati della birra artigianale anche nel bel Paese.

Di seguito cercheremo di capire quali sono i principali metodi e le materie prime più usate nell’arte dell’Homebrewing. Ne analizzeremo le potenzialità commerciali per tutti quegli artigiani che nel tempo hanno acquisito competenze ed esperienza nel settore e vorrebbero trasformare la loro passione in professione.

Estratti luppolati

Gli estratti di luppolo, alfa acidi e gli oli essenziali, si estraggono attraverso un processo di distillazione o spremitura del luppolo.

Questi estratti concentrati possono essere usati in sostituzione del luppolo per l’elaborazione della birra, semplificandone i processi.

Ci sono principalmente 3 estratti luppolati, che rispettivamente caratterizzano la birra nel sapore, nel grado di amarezza, e nell’aroma.

Queste tre sfumature di sapore, sono pressoché infinite.

Solitamente usati dai medi e grandi produttori di birra, gli estratti di luppolo destano ora l’interesse dei produttori di birra artigianale, che puntano sulla caratterizzazione del proprio prodotto, limitando la produzione del mosto e dedicandosi maggiormente all’elaborazione di birra altamente luppolizzata.

Gli estratti di luppolo sono facilmente reperibili e stoccabili per lunghi periodi. Lo stato concentrato e la mancanza di materiale vegetale riduce la quantità che dovrà essere usata e inoltre l’elaborazione con gli estratti non produce scarto del mosto. Una raccomandazione, la gestione di estratti luppolati per la produzione di lotti molto piccoli richiede molta esperienza e un lavoro intelligente, quasi da laboratorio chimico, altrimenti si rischia di rovinare la birra ottenendo sapori e aromi sgradevoli.

Metodo All Grain

Il metodo più semplice che garantisce la produzione della birra anche per chi non ha grande esperienza è l’elaborazione tramite malti pronti.

Tutti i produttori di birra fatta in casa sono passati per questa necessaria esperienza, salvo poi evolversi per cercare di caratterizzare il proprio prodotto attraverso tecniche e procedimenti più elaborati. Con questo metodo si saltano tutti i passi della produzione della birra e ci si concentra solo sulla fermentazione.

Chiaramente questo sistema semplificato non permette di ottenere un prodotto caratterizzato come invece consente il metodo All Grain, che tradotto in italiano significa letteralmente tutto grano.

Il metodo All Grain è la forma autentica della preparazione della birra, e consente di ottenere un prodotto di qualità e caratterizzabile dal produttore secondo esperienza, cultura, e ricerca di sapore e aroma, che diventeranno la caratteristica di quella precisa birra e quindi riconducibile al suo produttore.

Distinguersi è importante nella produzione di un prodotto, replicare qualcosa che esiste già, non ci porterà più lontano della soddisfazione personale di esserci fatti la birra in casa.

Entriamo quindi nel merito del metodo All Grain, e vediamo passo per passo cosa ci serve e come si fa.

Le fasi del metodo all grain

Con la premessa che i kit per la produzione di birra secondo il metodo All Grain, mediamente sono venduti con tutto ciò di cui si ha bisogno per iniziare la produzione di birra in casa.

Le fasi di preparazione della birra fatta in casa secondo il metodo All Grain, prevedono come primo passo la molitura del malto, che deve essere fatta in sede e bisogna non cadere nella tentazione di acquistarne una miscela già pronta, poiché il malto è come il caffè, se non macinato espresso, perde il suo potenziale di sapore e aroma che quindi verrà meno al prodotto finale.

Macerazione

Successivamente alla fase di molitura si passa al quella di macerazione, attraverso la preparazione del malto in acqua senza cloro ad una temperatura compresa tra i 62° e i 72° centigradi.

La temperatura è importante poiché a livelli più bassi di quelli indicati, gli enzimi che trasformano l’amido sono molto meno attivi, mentre a temperature superiori semplicemente muoiono rendendo il processo invalido.

Durante tutto il processo, la mescola viene, con cadenza di 10 minuti circa, mossa per garantire l’omogeneizzazione del procedimento di macerazione.

Principalmente esistono due tipi di macerazione, la semplice e la scaglionata. La semplice consiste in un metodo di macerazione a temperatura constante, mentre nella macerazione scaglionata, la temperatura viene variata per ottenere risultati differenti secondo esigenze del produttore.

Un procedimento più complesso che richiede molta esperienza e che però consente una ulteriore sfumatura di carattere del prodotto finito.

Il processo di macerazione dura all’incirca 60/90 minuti, questo parametro cambia a seconda della ricetta usata.

La temperatura di macerazione influisce anche sul corpo della birra. Tra i 62° e i 67° centigradi si otterranno birre leggere, mentre tra il 67°e il 74° centigradi si otterranno birre con maggiore robustezza e tendenzialmente più dolci.

Filtraggio

Questo processo ha il fine di separare la parte solida da quella liquida e di dissolvere parte degli zuccheri che restano nel malto. A livello teorico sono previsti tre passaggi di filtrazione, in pratica bisogna continuare sino ad ottenere una miscela liquida cristallina che non presenti più residui solidi.

Sparging

Una volta che si otterrà il mosto, liberato dalla parte solida, si procederà con lo sparging. L’obbiettivo è quello di aggiungere acqua a 78° centigradi così da ottenere ulteriore prodotto grezzo sfruttando ulteriormente gli zuccheri ancora presenti nel malto. Si procede a fasi sino al raggiungimento di due punti più bassi della densità originale. Indispensabile un densimetro per la misurazione di questo parametro.

Cottura

La principale funzione della cottura è permettere l’aggiunta del luppolo che caratterizzerà il mosto secondo tre gradi di giudizio: amarezza, sapore, aroma.

Le sfumature di questi tre importanti caratteri cambiano in base al momento in cui si unisce il luppolo al mosto. La cottura consente inoltre il rilascio di sostanze createsi durante la macerazione che alterano il sapore e l’aroma del mosto come il DMS.

Whirpool

Un passaggio opzionale, consiste nella centrifugazione del mosto così da eliminare ulteriori parti solide, dette farine, e ottenere un mosto ancora più limpido e brillante.

Raffreddamento

Vengono usati due sistemi, il primo prevede un raffreddamento progressivo e naturale del mosto, il secondo forza il processo di raffreddamento attraverso l’immersione di una serpentina dentro la quale fa circolare acqua fredda sino al raggiungimento di 25° centigradi del preparato.

Fermentazione

Il processo di fermentazione inizia con l’aggiunta del lievito che trasformerà il mosto in birra. La fermentazione inizierà nelle successive 12/24 ore approssimativamente.

La fermentazione dura tra i 4 e 15 giorni: dipende da che prodotto si vuole ottenere. Anche in questo caso la temperatura sarà importante per la caratterizzazione ultima della birra: tra i 18° e i 22° otterremo una Ipa, mentre tra i 7° e i 13° otterremo una lager. La fermentazione avrà fine quando la densità del preparato non subirà variazioni nell’arco di 48 ore.

Homebrewing: come aprire un Micro Birrificio

Aprire un micro birrificio (è possibile ma la sola passione non basta) significa fare impresa, ossia fare utili. Bisogna partire da un investimento iniziale, con la disponibilità di un capitale che permetta di trasformare il vostro laboratorio casalingo in un birrificio. Un business plan è d’obbligo e subito dopo dovrete scontrarvi, magari con l’aiuto di un professionista, con la burocrazia italiana.

Le nostre ricerche evidenziano la necessità di un budget minimo tra i 20 e 50 mila euro per aprire un micro birrificio e può arrivare, per essere davvero produttivi e competitivi sul mercato, a 150/200 mila euro.

Per quanto riguarda la burocrazia, per l’apertura di un birrificio con annesso punto vendita, la legge prevede: certificazione Sab, somministrazione alimenti e bevande e Haccp. Presentare la scia, segnalazione certificata di inizio attività al comune di residenza della società che costituirete, qualunque sia la forma.

Successivamente ottenere il nulla osta dell’ASL e richiedere la licenza all’agenzia delle dogane, che è responsabile di tutte le accise sull’alcol. Quindi apertura della partita IVA e iscrizione al registro delle imprese, della Camera di Commercio, all’Inail e all’Inps.

Infine, bisogna arrivare a regime di produzione e vendere il proprio prodotto.

Come è intuibile da questa breve carrellata di punti imprescindibili per l’apertura di un micro birrificio, trasformare la vostra passione in una professione, non è uno scherzo.

Trasformare una passione in una Professione

Il nostro consiglio, prima di lanciarsi in un’avventura imprenditoriale è quella di studiare e mettere alla prova le reali competenze in materia di produzione della birra. Sicuramente frequentare un corso di formazione per diventare Mastro birraio vi aiuterà a prendere meglio le misure sulle vostre intenzioni. Molte le offerte di formazione, non tutte serie, un buon sistema di valutazione può essere verificare le competenze e il lavoro sul campo di chi si propone di insegnare.

Una preparazione tecnica e culturale è indispensabile per qualunque imprenditore a prescindere dal prodotto che si vuole commercializzare.

Collegandoci al discorso del budget iniziale, evidenziamo che non è necessario partire da subito alla grande, anzi, come tutti i lavori artigianali, bisogna entrare in merito al mestiere e crescere gradualmente.

Oggi il mercato offre la possibilità di dotarsi di impianti di dimensioni contenute che possono aiutarvi a partire in maniera soft, sviluppare prodotto e brand nel vostro territorio e lasciare che la vostra capacità produttiva cresca propedeuticamente alla richiesta del vostro prodotto.

Una birra artigianale si distingue per caratterizzazione e qualità rispetto ad una birra industriale. Quindi la scelta di partire con un piccolo impianto, garantirà anche la dimensione artigianale del prodotto che è ciò che gli amanti della buona birra cercano.

Le tipologie della Birra

Le tipologie di birra artigianale derivano dal differente processo di fermentazione delle materie prime.

Principalmente si ottengono due tipi di birra, la Lager e la Ale e per ogni tipo un’infinita gamma di sub categorie.

Per quanto riguarda le Ale abbiamo:

  • Mild Ale (non amara)
  • Bitter Ale (amara)
  • Pale Ale (traslucida con meno lupolo)
  • Indian Pale Ale
  • Brown Al e old Ale (Invecchiata o tradizionale)

Per quanto riguarda le Lager abbiamo:

  • Ahumadas
  • Bock
  • Steam
  • Rauchbier, di segale, nere, di stagione e molte altre.

Ale: birra ad alta fermentazione

Sono birre che fermentano rapidamente a temperature tra i 15 e i 25 gradi; sono molto aromatiche, con corpo e sapore molto marcati e caratteristici: si servono alla temperatura ideale di 12° centigradi.

Esiste una ulteriore gamma di sfumature di questa tipologia di birra che si ottengono variando le procedure di produzione. Abbiamo le Ale angloamericane:

  • Amber Ale
  • Red Ale
  • Pale Ale
  • Barley Wine
  • Bitter
  • Brow ale
  • India Pale Ale (IPA)
  • Old Ale
  • Extra Strong Biter (ESB).

In Scozia si sviluppò la scoth ale, la più corposa e dolce delle Ale.

Il Belgio ha un’antica tradizione di mastri birrai, le principali birre artigianali che vengono prodotte sono:

  • Belgian Ale
  • Strong Ale
  • Witbier
  • Oud Bruin
  • Bière de Garde
  • Saison
  • ed alcuni stili famosi per essere prodotti in antiche abazie come la Dubbel, Tripel y Quadrupel.

In Germania, predominano le Lager però c’è anche una tradizione radicata per quanto riguarda le Ale come:

  • Altbier
  • Hefe Weizen
  • Berliner Weissbier
  • Kölsch

Lager: birra a bassa fermentazione

Si produce a basse temperature, da 0º a 4º centigradi: di solito è leggera, spumosa, morbida, di colore ambra o nero, il suo nome significa “magazzino” in tedesco.

Esistono molti tipi di birre lager. Alcune rispondono alla loro denominazione per luogo d’origine, ad esempio: Pilsen (leggero, rinfrescante, è il tipo più diffuso in Spagna); Monaco (colore più scuro e sapore di malto), Vienna (piuttosto dolce e rossiccia), ecc…

come aprire un microbirrificio

Come aprire un MicroBirrificio?

In 365 giorni in media un italiano consuma qualcosa come 31,8 litri di birra[1].

Un dato che la dice lunga su quanto bionda, rossa e doppio malto siano apprezzate nel Bel Paese. Questo, spiega perfettamente come mai il numero di birrerie e birrifici sia in costante aumento tanto al Nord quanto al Sud.

Aprire un microbirrificio è in effetti un modo più che intelligente per sfuggire alla crisi e per tentare di sbarcare il lunario investendo in un settore che non sembra fortunatamente conoscere periodi bui.

Ma cos’è nello specifico un microbirrificio?

Non è nient’altro che un locale pubblico, regolarmente provvisto di licenza e dei permessi necessari per somministrare le birre artigianali che autoproduce.

In Italia ad oggi ci sono all’incirca 650 microbirrifici. Si tratta di un settore molto fertile e l’idea di aprirne un altro ancora non deve assolutamente spaventare. Il mondo della birra artigianale è talmente vasto e variegato; ogni azienda può specializzarsi nella produzione di una varietà diversa, ritagliandosi in questo modo uno spazio tutto suo senza risentire troppo della concorrenza.

Quali sono gli aspetti da valutare?

Prima di aprire un microbirrificio è tuttavia necessario valutare i diversi aspetti che andranno inevitabilmente ad incidere sull’andamento dell’attività. È indispensabile innanzitutto individuare un locale che sia grande abbastanza da permettere la produzione e la vendita delle birre artigianali e che contempli, eventualmente, la possibilità di allestire una zona che possa essere destinata al consumo in loco.

Organizzare apericena o degustazioni, party privati o serate a tema, potrebbe essere un modo come un altro per promuovere l’attività e per far conoscere i propri prodotti ad un numero sempre maggiore di possibili acquirenti. Detto ciò è bene sapere che un microbirrificio produce mediamente dai 450 ai 500 ettolitri di birra.

Si può arrivare a produrne fino a 10.000 l’anno, ma tutto dipende ovviamente dai mezzi a propria disposizione e dal numero di dipendenti che il budget iniziale consente di assumere.

Quanto costa aprire un microbirrificio?

L’investimento iniziale può essere piuttosto consistente. Per aprire un microbirrificio di dimensioni medie sono necessari almeno 200.000 euro. Cifra appena sufficiente per coprire tutti i costi relativi all’acquisto o al noleggio delle attrezzature e alla messa a norma dei locali.

La somma si dimezza nel caso in cui s’intenda iniziare con una produzione di 1.000 ettolitri, ma in tal caso bisogna considerare che i ricavi effettivi potrebbero essere ben lontani da quelli auspicati. Non è consigliato, ad ogni modo, iniziare con un progetto che sia eccessivamente ambizioso. Sarebbe ragionevole tastare il terreno per un certo periodo di tempo e capire quanto l’attività possa essere proficua. Per questo motivo è sconsigliato investire tutti i propri risparmi in un’azienda che potrebbe non fare presa sul pubblico.

Il modo di risparmiare esiste ed ingegnarsi per riuscirci conviene su tutti i fronti: i macchinari ad esempio possono essere presi usati da un altro microbirrificio che sta rinnovando i propri locali oppure ingrandendo la sua produzione. Acquistandoli di seconda mano è possibile risparmiare fino ad 80.000 euro, dal momento che il prezzo dell’usato oscilla mediamente tra i 120.000 e i 150.000 euro.

Un ulteriore alternativa può essere determinata dall’acquisto di impianti più piccoli e di tipo manuale. Esistono mini sale di cottura da 50 e 100 litri che ti permetteranno di contenere decisamente i costi avviando la produzione del micro birrificio.

Si parla di cifre completamente diverse nel caso in cui s’intenda invece mettere in piedi un impianto personalizzato che sia in grado di produrre diverse tipologie di birra e di imbottigliarle in maniera semi-automatizzata.

Il costo, che va a sommarsi all’affitto di un capannone sufficientemente ampio da ospitare dei macchinari così ingombranti, agli allacci, ai permessi e alle materie prime, può lievitare fino a superare la soglia dei 200.000 euro. Sì, perché se gli impianti hanno un costo non indifferente anche la burocrazia pesa, e non poco, sul preventivo iniziale: sebbene non sia necessario possedere un particolare titolo di studio per aprire un microbirrificio, la normativa non fa sconti a nessuno e i permessi da richiedere sono veramente tanti.

L’iter burocratico

Il corpus di leggi per il settore alimentare fa invidia a quello farmaceutico, al punto tale che molti aspiranti birrai si vedono costretti a rinunciare ancor prima di essersi effettivamente imbarcati in questa avventura. Proprio per questa ragione è essenziale affidarsi a professionisti del settore per farsi guidare.

La normativa riguarda non solo gli alimenti, ma anche l’igiene, la salubrità dei locali, l’haccp, la gestione dei rifiuti, l’emissione in atmosfera, l’etichettatura, la data di scadenza delle bottiglie e perfino le caratteristiche degli imballaggi, ragion per cui gli orpelli burocratici che precedono il taglio del nastro sono veramente tantissimi.

Una rigidità comprensibile, per carità, ma tale che i controlli effettuati dalle autorità prima dell’apertura possono protrarsi per un tempo record pari a sei mesi. E non è tutto: è giusto che chi ambisce ad aprire un microbirrificio sappia in precedenza che 40 minuti – almeno – al giorno dovranno essere dedicati alla burocrazia, nel senso che tanti ne occorrono per ottemperare a tutti gli adempimenti legati a questa severissima normativa.

Per far decollare l’attività servono all’incirca due anni. Dopo questo periodo di lavoro ininterrotto teoricamente si dovrebbe essere in grado di coprire tutte le spese con gli introiti del microbirrificio.

Perché diversificare la produzione?

Il break even è tuttavia soggetto all’andamento del mercato e alle evoluzioni del settore. Questo è il motivo per cui è difficile da stabilire se non per linee generali; il consumatore diventa sempre più sofisticato e spesso difficile da fidelizzare.

Una mano, in tal senso, può darla solo la diversificazione della produzione. Più birre si è in grado di produrre e più possibilità si hanno di far presa su un target che sia ampio e variegato. E più varietà di birre si vendono nel microbirrificio più è semplice che i guadagni salgano vertiginosamente.

Presentare alla clientela un prodotto ragionato ed impeccabile da un punto di vista qualitativo è l’unico modo per fare centro. In questo settore non è tollerata l’improvvisazione.

Per farsi conoscere è bene allora fare rete con tutte le altre realtà del territorio, avendo cura di sfruttare prevalentemente le materie prime che Madre Natura mette a disposizione nella zona; l’amore per la propria terra potrebbe in questi casi rivelarsi un valore aggiunto, una caratteristica capace di fare la differenza e di indurre un cliente a scegliere quell’azienda piuttosto che un’altra.

Senza il sostegno della comunità locale, ed è giusto tenerlo sempre bene a mente, certe realtà non decollano mai. Perché l’amore per il proprio territorio, in questo come in altri casi, è la migliore delle pubblicità di cui un’azienda possa fregiarsi.

 

Note:

[1] https://www.repubblica.it/economia/rapporti/osserva-italia/mercati/2018/06/21/news/anno_record_per_la_birra_italiana_massimo_storico_per_produzione_ed_export-199594903/